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Homicide House

di Emanuele Aldrovandi
con Luca Cattani, Cecilia Di Donato, Marco Maccieri, Valeria Perdonò
scene Antonio Panzuto
luci Fabio Bozzetta
costumi Francesca Dell’Orto
regia Marco Maccieri
aiuto regia Pablo Solari
produzione BAM Teatro e Centro Teatrale MaMiMò
testo vincitore del 10° Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli”

Homicide House è una parabola eloquente sui pericoli della nostra società.
Davanti all’esasperazione dell’estetica, alla sua esplosione sempre più selvaggia e incondizionata, la crescita personale, quella che una volta si chiamava ‘delle virtù dello spirito’ viene relegata al caso, se avviene, quasi come un accadimento probabile ma del tutto accessorio, in una vita dedita al successo e alla propria affermazione sopra e verso gli altri. Così può accadere che pezzi della nostra anima scompaiano lentamente dalla nostra geografia interiore per lasciare posto ad una fredda, lucida e spietata intelligenza fine a se stessa, che spinta all’estremo dalle brame proposte dai nostri modelli sociali, può portare alle situazioni disumane, come quelle raccontate in Homicide House. L’interrogativo che ci poniamo è: dopo l’illuminismo e la rivoluzione tecnologica l’uomo continuerà a “plastificarsi” inesorabilmente o troverà dentro di sé ancora una piccola scintilla di sincerità e di autenticità? Il coraggio e la bellezza di esprimere le proprie debolezze ed emozioni sono la nostra vera natura oppure rappresentano accessorie implosioni in un mondo costruito sempre più artificialmente?
Scene e costumi metteranno in risalto questo conflitto insanabile: natura-cultura, dove per cultura si intende l’afflato asettico – cibernetico che sta lentamente prendendo piede e disumanizzando il nostro presente. I due personaggi inesorabilmente “plastificati” sono Tacchi a Spillo e Camicia a Pois, che non a caso Aldrovandi chiama coi nomi dei loro indumenti, simbolo di una mutazione già avvenuta dello spirito; i loro antagonisti, Uomo e Donna, quasi Adamo ed Eva, rappresentano simbolicamente l’importanza del sentimento e della condivisione, che un vecchio debito di passione, come uno scheletro nell’armadio taciuto per anni e rappresentativo di una delle nostre tante debolezze, innesca l’avvenimento di partenza di tutta la pièce. Credere nel potere di calcolo e controllo del nostro cervello oppure credere nella forza invisibile di ciò che sentiamo? Come affrontare una scelta?
E soprattutto, perché la paura è nostra compagna quotidiana di viaggio?